Il Carnevale, la storia @ Florence, Italy, Florence [25 febbraio]

Il Carnevale, la storia


17
25
febbraio
11:00 - 14:00

 Pagina di evento
Florence, Italy
Firenze
Il Carnevale

Questa antica festività, detta nell'uso toscano anche «Carnovale», è quella gaudente scansione di tempo che decorre dal giorno successivo all'Epifania a quello antecedente le Ceneri. Il Carnevale in tempi lontani, indicò non soltanto questo periodo dell'anno, ma anche tutte le manifestazioni festose che avevano luogo in tale particolare momento d’allegria collettiva. Infatti, da sempre, è stato
ritenuto necessario, da parte di vari governi e governanti, concedere al popolo, almeno una volta all’anno, un periodo di festività in modo che potessero “sfogarsi”, a piacimento, eliminando così tutti quei problemi e quelle tensioni, che sarebbero altrimenti potuti divenire pericolosi.
L'etimologia della parola Carnevale, secondo alcuni storici, deriverebbe da quel vocabolo assai più antico di «Carnasciale» vale a dire «carne a scialo», consumata per l'occasione in grande
abbondanza, in modo particolare a Berlingaccio, prima dell’astinenza quaresimale. Questo, unito alla possibilità di divertirsi e di scherzare, era ben sintetizzato dal motto latino semel in anno licet insanire, ossia, che almeno una volta l'anno si potesse «impazzire» dalla gioia di vivere. I Fiorentini, sempre pronti al divertimento ed alle burle, aggiungevano che «di Carnevale ogni scherzo vale» distinguendo però che tali burle fossero lecite e non pesanti, dato che, come si diceva, lo «scherzo di mano» era da sempre considerato «scherzo da villano». Certamente “villano” era ritenuto l'uso dei giovani fiorentini, sia popolani che nobili, di mascherarsi nelle più strane fogge ed andare in giro per la città passandosi fra di loro a furia di pedate, una grossa palla di stracci la quale, guarda caso, finiva sempre per colpire qualche ignaro passante o cadere nelle botteghe di quegli artigiani che, nonostante la gioconda festività, lavoravano imperturbabili, impedendo così ai loro garzoni e bardotti di «far carnevale».

Il popolo si divertiva e rideva di questo molesto gioco specialmente quando le botteghe prese a bersaglio erano quelle dei rigattieri e ferrivecchi in Mercato Vecchio, quando la palla di stracci sporchi, colpiva la merce esposta generando un gran fracasso per il
cascare di pentole, paioli, padelle, alari, ferri da stiro che suonavano a terra come campanacci. A volte quei giocatori di calcio improvvisato, prendevano di mira ragazze o distinte signore
costringendole a fughe precipitose in casa o nella chiesa più vicina.

Scherzi, risate, fischi e baccano erano gli ingredienti essenziali di uno sfrenato divertimento, che s’ingentiliva nel mese di febbraio
quando la festa assumeva uno stato d'animo allegro e spensierato, esplodendo e coinvolgendo con il popolo persone di un certo livello, senza distinzione ci ceto, ordine e condizione. Per Carnevale era
così dato modo di divertirsi e di spassarsela: nelle strade si cantava, si ballava, si cenava con carne a «scialo» senza risparmio. L'usanza di mangiare la «ciccia» almeno nel giorno di Berlingaccio, ultimo giovedì di Carnevale o giovedì grasso, era talmente in uso nella nostra città da determinare il proverbio popolare:
Per Berlingaccio, chi non ha ciccia ammazzi i' gatto!

Del resto lo stesso termine «berlingaccio» aveva origine dall'antico vocabolo «berlengo» che significava «tavola imbandita, mensa, luogo dove si gozzoviglia». I dolci tipici del Carnevale erano la “schiacciata unta” ed i “cenci: tuttora venduti nei forni e nelle pasticcerie della città, e golosamente consumati da turisti e Fiorentini.
Nel periodo Rinascimentale la città era senz'altro più allegra e spensierata di sempre, e personalità come il letterato Benedetto Varchi, lo storico Jacopo Nardi ed il cancelliere della Repubblica
Fiorentina Niccolò Machiavelli, amavano mascherarsi e unirsi alle allegre brigate per partecipare ai «canti carnascialeschi» dove, accompagnati da armoniose melodie, cantavano canzoni licenziose o castamente liete, oppure già famose come quella notissima scritta da Lorenzo il Magnifico:
Quant'è bella giovinezza
che si fugge tuttavia.
Chi vuol esser lieto sia …

Oltre a questi versi del Magnifico, tratti dal suo Il trionfo di Bacco e Arianna. Molto conosciuti furono anche i Canti, scritti dal Poliziano, dal Varchi, dal Machiavelli e dal poeta e novelliere Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, che conferirono a queste cantate un'intonazione più artistica e letteraria, tipica del Rinascimento fiorentino. I balli carnevaleschi si svolgevano al Mercato Nuovo nella Loggia detta del Porcellino, sotto il porticato degli Uffizi, in Piazza del Carmine, in Piazza di Santa Croce, lungo l'Arno e, nella seconda metà dell'Ottocento, anche negli spazi rimasti disabitati a seguito del «risanamento» dell'antico centro, che comprendeva il Ghetto ed
il Mercato Vecchio, i quali scomparvero nella sfortunata, colossale, operazione edilizia che cancellò per sempre il perimetro della città romana e le innumerevoli testimonianze medievali. Nel gaio e
festoso periodo di Carnevale venivano organizzati nei palazzi, nelle piazze e nei teatri, specialmente in epoca Granducale, dei grandi balli o Veglioni, visto che si “vegliava” stando appunto svegli fino
a tarda ora. Si ballava in tutte le Piazze e Logge cittadine, alla luce di torce e lanterne, mangiando e bevendo a volontà, oltre a concedersi diversi “strappi” alle abitualmente rigide regole familiari.
Ogni Carnevale, si sa, ha la sua ebbrezza e le sue tentazioni, per cui le ragazze da marito volevano uscire di casa a tutti i costi, allettate dalla possibilità del travestimento, per poter far qualcosa di
differente ed essere totalmente un'altra persona: ”Perché tenerci ognor tanto serrate”cantavano quelle fanciulle, rivolgendosi ai loro familiari per indurli a lasciarle partecipare alla bizzarra festa.
Anche le mogli, quasi tutte casalinghe sempre impegnate a sfaccendare per accudire il marito ed i figli, potevano finalmente concedersi un po' di divertimento, atteso da un anno, per poter evadere, come si direbbe oggi, dalla “routine” quotidiana. Speravano di godere della diversità di quei giorni per travestirsi, preferibilmente con i panni dell'altro sesso, ed andare a godersi qualche svago, magari provocando i rispettivi mariti ai quali cantavano questa filastrocca:
“Deh, andate col malanno, vecchi pazzi rimbambiti, non ci date più affanno, contentiam nostri appetiti”.

Così tutti cercavano di alimentare quella spensierata gaiezza, tipica della ricorrenza, al fine di potersi svagare il più possibile concedendosi magari qualche libertino amoreggiamento, ben consci del vecchio adagio che recitava:
L'amore di Carnevale muore in Quaresima.

Il Martedì Grasso vigilia delle Ceneri, fra i ponti Santa Trinita e della Carraia, alla mezzanotte, si
bruciava in Arno l'allegro fantoccio che rappresentava il Carnevale, segnando così la fine della festa, peraltro annunciata, già dalle ore 23, con un suono di campane, dette «della carne», visto che
avvisava l'approssimarsi della Quaresima, con i relativi giorni di magro. Fra le fiamme il fantoccio bruciava e, con lui, ogni impurità del passato finiva in cenere; e all'indomani, con le Ceneri, tutto
tornava come prima. Il Mercoledì delle Ceneri, era giorno di digiuno e penitenza, così come tutta la Quaresima, durante la quale bisognava astenersi da festeggiamenti e dal mangiare carne ed uova.
(Fonte: parteguelfa.it/corsi2015/4_Tradizioni_Fiorentine.pdf)
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